Nutriamoci di vita: Capire i disturbi del comportamento alimentare

Giulia è una tirocinante dell’università di Roma Tre. Nel suo lavoro di tirocinio ha voluto approfondire una tematica a lei molto cara, e siamo molto onorate di accogliere e pubblicare il suo articolo.

Ciao a tutti. Mi presento.

Sono Giulia, Akali Pavan. Ho 20 anni e nella vita sono una ballerina e coreografa professionista che sta per laurearsi in Scienze dell’Educazione, specialista delle Risorse Umane.

Oltre a questo, sono una delle tante guerriere che ha scelto di vivere, piuttosto che sopravvivere dopo ben sette anni di anoressia, una malattia mentale, che quando diviene evidente sul corpo, è piuttosto difficile da sanare.

Quel corpicino striminzito di una me del 2015, rappresenta una ballerina adolescente che non si sentiva “abbastanza”.

A colazione, pranzo e cena, anziché di cibo, mi nutrivo a fatica di sentimenti negativi, che si bloccavano durante la deglutizione, creando un nodo alla gola che inibiva ancora di più lo stimolo della fame, ormai inesistente.

Ad accompagnare le mie tristi giornate c’erano quelle che io chiamo con l’acronimo “RAPOD”:

  • RABBIA, così tanta da non permettermi di vedere al di là delle cose;
  • ANGOSCIA, così profonda da farmi chiudere in me stessa;
  • PAURA, così oscura da indurmi a costruire solidi muri attorno a ciò che era rimasto di me;
  • OPPRESSIONE, così schiacciante da soffocarmi;
  • DOLORE, interno ed esterno.

Mi ero murata viva tra emozioni e sentimenti.

Avevo creato la mia gabbia. Non una gabbia qualsiasi, bensì una di quelle strette e soffocati in cui vi è solo un’uscita di emergenza, dotata di un segnale luminoso verde che ne indica l’esistenza, ma che purtroppo non riesci a vedere, a causa del tuo amico buio che ti avvolge in un abbraccio materno e delle vocine nella tua testa che ripetono di rimanere in quel luogo, perché è l’unico in cui verrai protetta ed accettata.

Quando sei anoressica, tutti ti dicono “mangia di più”, “ma come fai a non toccare cibo”, “smettila di fare la ragazzina”, “beata te che hai problemi del genere…io anoressica in un’altra vita”…e potrei continuare per ore.

Le parole feriscono, a volte più dei gesti.

Siamo tanto superficiali in questo mondo ed apriamo la bocca a sproposito fin troppo spesso.

Solo chi ci è passato, sa cosa si prova e quante conseguenze compartano i Disturbi del Comportamento Alimentale.

Solo chi perde se stesso, sa quanto potente sia quella bomba carica di sentimenti, pronta ad esplodere anche solo dopo una parola fuori posto.

Si ha paura di sbagliare, di non essere abbastanza, di essere troppo grassi, troppo magri, troppo bassi, troppo alti, troppo euforici o troppo silenziosi, troppo buoni o insensibili. Si ha paura di essere “troppo” o anche “di troppo” e la cosa più assurda è che non si ha più il terrore di morire, ma di vivere.

Tentiamo di sopravvivere in un mondo dove regna la passività, l’arroganza, l’individualità, il pregiudizio, l’invidia, la mancanza, ma anche l’eccesso.

Vogliamo tutto e subito e ci sentiamo, in realtà, “fuori” dal mondo, asociali. Sentiamo di non poter parlare per paura di essere giudicati.

E invece la forza, risiede proprio nel parlarne, nel combattere per risolvere un problema che ti fa desiderare di non esistere ed abbracciare finalmente la vita, che per quanto tortuosa, può essere straordinaria.

Si smette di parlare perché si pensa che le persone abbiano perso la capacità di saper ascoltare.

Questa vita, frenetica e veloce, ci ha fatto per caso dimenticare l’importanza del dialogo?

Il silenzio, a volte, può essere sintomo di un profondo disagio interiore, che necessiterebbe di essere espresso e quindi elaborato e successivamente superato. Urlate, chiedete aiuto se lo ritenete necessario. Ma non tenetevi tutto dentro.

Le emozioni inespresse non muoiono mai. Vengono sepolte. Ma se dovessero emergere in seguito ad un qualsiasi evento, lo farebbero nel peggiore dei modi.

Per la società attuale, il corpo, nonché l’involucro che permette ad ognuno di noi di esistere in questo mondo, sembra essere l’unica cosa che conta.

Spesso sentiamo ripetere, “l’aspetto è tutto”…“è il primo impatto con l’altro che conta”…perché quello che ci interessa è ciò che si presenta esteriormente all’altro, il quale a sua volta, consciamente o inconsciamente, giudica.

Chi osserva l’interno è raro.

È difficile tenere conto della corporeità, perché spesso non si sa nemmeno cosa indichi questa accezione.

È importante “avere” un corpo, ma anche “essere” un corpo.

L’esterno è l’espressione dell’interno.

Non dimentichiamo mai di prenderci cura del secondo, perché esso è, a mio avviso, l’unica vera carta d’identità dell’individuo.

Il corpo non può essere il primo fine. Esso dovrebbe rappresentare il mezzo che permette all’uno di incontrare l’altro per intenderlo nella sua forma prima e non cristallizzarlo in forme seconde che non gli appartengono.

Arrivati a questo punto, vi presento la ragazza a destra della foto.

Potete vedere una me cambiata del 2020, una ballerina adulta, una donna che con tutta la sua esperienza addosso, prova a realizzare i suoi sogni.

È tutto rosa e fiori ora? Assolutamente no. Questa malattia, mi ha accompagnata per sette lunghi anni e con i danni che ha causato, ci combatto ogni giorno: amenorrea, piccole incertezze o paure che riemergono in situazioni specifiche…

Ma una cosa è certa: raggiungerò i miei obiettivi, sarò la ballerina che sogno sin dall’età di 3 anni e mezzo, finirò l’Università, continuerò la mia campagna di sensibilizzazione verso queste tematiche sfruttando tutte le risorse a mia disposizione, con l’intento di aiutare sia coloro che soffrono che tutti gli individui che si trovano a dover affiancare queste persone.

Questa è la vita che desidero.

Ho creato una specie di mantra che ripeto, ormai ogni giorno, a me stessa e che condivido affinché chiunque voglia fruirne, possa farlo:

Parlarne sempre. Arrendersi mai.

Combattere, non mollare la presa.

Avere un obiettivo e perseguirlo.

Abbiate la forza di abbattere i muri che avete costruito, non potete sapere cosa vi è oltre di essi…magari imparerete a nutrirvi di vita.

Giulia, Akali Pavan

“Giulia Akali Pavan è  tirocinante presso dell’università di Roma Tre, Facoltà di Scienze della Formazione. Questo articolo è parte del lavoro di tirocinio e formazione che sta svolgendo presso il Centro Dharma.

L’articolo è stato scritto sotto la supervisione della dott.ssa Mabel G. la Porta Pedagogista ed educatrice del Centro Dharma.”

2 thoughts on “Nutriamoci di vita: Capire i disturbi del comportamento alimentare

  • 31 Luglio 2020 at 9:44
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    Sarebbe bello leggere qualcosa scritto da chi ci è passato, su chi nel cibo si rifugia e non lo rifiuta .. cioè su quei ragazzi (tanti) che in momenti di stress tristezza o altro, si rimpizzano di cibo creando una specie di circolo vizioso :mangio schifezze perché sono triste -sono triste perché ho mangiato troppe schifezze

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    • 3 Agosto 2020 at 16:09
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      Mi trovi d’accordo.
      Molti sono anche coloro che passano da avere una patologia a trovare sfogo in un’altra.
      Il circolo di cui parli è proprio quello più comune: senso di colpa logorante che trova il suo sfogo nel cibo e quest’ultimo provoca il primo.
      Necessaria è ovviamente una figura di supporto che possa aiutare chi ne soffre a capire cosa provoca quel “vizio”.
      Parleremo anche di tutto questo. Grazie mille per la proposta!

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