Pensare è nocivo!

Sono convinta che la musica sia sempre al passo con i cambiamenti sociali e se il testo di una canzone dice “se non ci penso più mi sento bene”  allora possiamo provare a capire in che direzione stiamo andando.

Come psicoterapeuta lavoro  sull’attivare  l’apparato del   pensiero   e ogni paziente  può scoprire il proprio  attraverso il lavoro terapeutico.  Il pensiero come strumento e l’apparato del pensiero come alleato. Quindi sono fermamente convinta che pensare ci salvi.

Mi ritrovo, però, ad osservare che, in questo momento storico, il pensiero sembra essere nocivo. Sono maggiori le esortazioni a non pensare che quelle a farlo. A questo proposito l’associazione con il web è immediata.

Mi ha molto colpito un’ intervista ascoltata  qualche tempo fa in cui si sottolineava che i Ceo (Chief executive Officer -amministratori delegati per capirci)  di Apple e dei maggiori Social hanno vietato ai figli di avere  gli smartphone.

Si parlava del fatto che,  per le neuroscienze,  il cervello tra i 12 e i 25 anni sia molto plastico e  assorbente  (cervello plastilina) e si faceva accenno alla riprogrammazione neuronale. (Federico Pistono, imprenditore, divulgatore scientifico e ricercatore).

Ho letto  che il creatore del pulsante Like (2007) Justin Rosestein  ha venduto le azioni Facebook e ora sta facendo una feroce campagna contro gli effetti collaterali che l’esposizione ai social provoca,  perché “loro (i  gestori- inventori dei social) sono a conoscenza dei danni irreversibili che produce”. Ha, inoltre,  dichiarato che con la sua invenzione volesse  regalare  un po’ di ottimismo con un solo clic ma la situazione è cambiata in modo inaspettato.

Tim Cook, amministratore delegato della Apple,  all’ Harlow College in Essex, parlando agli studenti ha detto “Io non ho un figlio ma ho un nipote  e non voglio che mio nipote sia sui social: gli ho messo dei divieti”

Sean Parker, creatore di Napster e collaboratore di Zuckerberg, ha dichiarato “Dio solo sa cosa sta accadendo al cervello dei nostri bambini (riferendosi ai tanti casi di dipendenza dagli i-phone)”.  Racconta che  Fb sfrutta le vulnerabilità psicologiche delle persone e influisce sulla dipendenza perché a ogni “like” il cervello incassa una piccola dose di dopamina di cui ha bisogno per sentirsi bene, accettato e popolare. Tale processo può non essere reversibile.

Quanto detto da Parker è stato approfondito da alcuni studi dell’Università della Pennsylvania: “Social network e reti neuronali si influenzano a vicenda”, articolo pubblicato sulla rivista scientifica Pnas. Gli scienziati si sono focalizzati sulla risposta del cervello all’esclusione sociale e quindi sull’area della mentalizzazione in cui ha sede questo processo. Sono incluse alcune regioni celebrali responsabili di concepire stati mentali consci  e inconsci in se stessi e negli altri, con un conseguente abbassamento delle capacità empatiche.

Un altro dato interessante è la diminuzione dei tempi di attenzione. Sui Social si è sempre distratti da altro e si guarda lo schermo mentre si sta  facendo altro: nella ricerca si sottolineava come le nuove generazioni si stiano avviando verso la frammentazione dell’attenzione.

Tale dato è confermato anche dalla diminuzione dei  tempi degli spot pubblicitari : si è passati dai tre minuti al minuto scarso. Per catturare un compratore ora bisogna metterci meno tempo possibile altrimenti rivolgerà la sua bassa attenzione ad un altro prodotto.

Anche la psicologia è un osservatorio  sociale e negli ultimi decenni c’è stato  un picco di richieste di interventi  cognitivo-comportamentali,  in stretta correlazione con il fatto che i tempi si accorciano  per tutto: bisogna lavorare velocemente e interrompere in fretta il comportamento disfunzionale. Il sintomo deve rientrare in fretta.

La psicoterapia, di contro, insegna a pensare e ci vuole del tempo perché il cervello possa abbandonare i percorsi  obsoleti e a costruirne di nuovi .

Il  cervello funziona in modo economico e costruire nuove “idee” e nuove catene di pensiero prevede un percorso lento e paziente fatto di tentativi e di errori; richiede pazienza nel rinarrare una storia e ripercorrere certe sensazioni, certi disagi.

In un certo senso anche la psicoterapia è  una “riprogrammazione neuronale”: attraverso le parole di una relazione che cura nel tempo  si risistemano le esperienze sensoriali della vita e  si creano modi nuovi di gestire  le relazioni.

Questo prevede di investire tempo  e soldi.

Bisogna cercare e trovare tempo per sedersi con se stessi e ragionare ed essere a contatto con le emozioni più magmatiche, farle emergere, maneggiarle e provare a non ustionarsi.

Entrare in contatto con la “terra di nessuno” che vive dentro di noi e con i  veri e  i presunti mostri. Con la psicoterapia non si sta subito bene. Si sta bene dopo un po’ quando si impara a fidarsi dei propri pensieri una volta bonificati.

Non è una medicina che agisce subito sul sintomo ma agisce sulla consapevolezza e sulla conoscenza di se e su cosa va modificato per andare avanti.

Ma come mai si trova tempo per stare ore sulle chat di Fb o Instagram o su Whtsapp e si rifiuta fobicamente lo psicologo psicodinamico?

Le relazioni spot attraverso i dispositivi sempre a portata di mano, sono  sempre presenti   ma non ci restituiscono la realtà delle relazioni (nella realtà nessuno può essere sempre costantemente presente) e non ci aiutano nel difficile compito della gestione del tempo delle frustrazioni,  dell’attesa ,della malinconia e della nostalgia, nel significato etimologico del ritornare (nostos) alle esperienze dolorose (algia) cioè della necessarietà di assumere anche la nostalgia come esperienza di vita.

Invece i social leniscono la solitudine dandoci una falsa risposta all’emergenza emotiva e ci anestetizzano. Nelle chat non esiste un vero spazio del pensiero.

Non esiste la presenza. Si è tutti vittime della” sindrome dell’altrove”

I dispositivi hanno la potenza  di  richiamano all’altrove.

Lavoriamo e chattiamo con gli amici al mare.

Andiamo a cena e scriviamo a chi resta  a casa.

Siamo a casa e parliamo con chi non è in casa con noi

Siamo in mille posti contemporaneamente senza essere esattamente dove dovremmo essere e dove è richiesta la nostra concentrazione e presenza.

La psicoterapia chiede questo: di fermarsi  e pensare,  di esserci e di stare.

E non c’è chi pensa al posto tuo; devi farlo tu.

Le risposte le costruisci insieme al terapeuta ma sono le tue, uniche e irripetibile, proprio come ogni individuo lo è.

E forse tutta questa mobilitazione di pediatri e grandi imprenditori sul ridimensionare gli spazi e l’utilizzo smodato di  cellulari, videogiochi e social va nella direzione di restituire all’individuo un proprio (creativo) spazio del pensiero costruito  da se stessi che possa essere messo realmente (non virtualmente) in “con-tatto”  con alti pensieri .

Dott.ssa Gigliola Tichetti

Psicoterapeuta

 

P.S.: l’articolo è stato volutamente scritto utilizzando termini tecnici, per aiutarvi ad aumentare i vostri tempi di attenzione!    

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