Ristrutturazione e Narrazione in un contesto di (ri) educazione psicologica

Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore… ciò che vuoi… una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama… e vivi intensamente ogni momento della tua vita… prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi”(C. Chaplin).

È impressionante ascoltando la radio quanto, mantenendo una forma di anonimato, ognuno di noi è disposto a poter raccontare i propri fatti a migliaia e migliaia di sconosciuti. Permettiamo a diversi DJ di entrare nel nostro privato e invaderci con domande personali, ma che in quel contesto, che rispetta determinati canoni di trasparenza, non ci sconvolge. Il comportamento umano non è mai uguale e mai scontato.

Narrare rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia. Non è possibile, infatti, presentarsi al mondo se non narrandosi.

Chi realizza un lavoro autobiografico, analizza se stesso dialogando con il proprio sé,  manipola un testo scritto, utilizzando forme interpretative sempre nuove. Il racconto che parla di sé non è mai lo stesso, ogni volta viene modificato, inventando e a volte nascondendo qualcosa, cambia la percezione del ricordo in base alla forma che gli diamo.

Modificando e ricostruendo, la rappresentazione del sé è facilitata e permette allo spettatore, lettore, ascoltatore, di interpretare a seconda del cambiamento suscitato.

I ragazzi del 2000 hanno la possibilità di comunicare attraverso mezzi che anni fa venivano considerati inusuali. Sono dotati della possibilità di vedere oltre un normale testo scritto o una normale  lezione in aula e  riescono a trasmettere sensazioni ed emozioni attraverso l’arte, qualunque essa sia: foto, dipinti, lettere, musica, ma anche videogiochi, sport e racconti.

La Dottoressa M. Wolf nel suo libro “Proust e il  calamaro” definisce il processo di lettura con questa frase… “Non siamo nati per leggere, ma siamo dotati di un cervello straordinariamente plastico… La lettura non è un attitudine naturale del uomo, ma una sua invenzione, forse la più geniale”. [1]

L’apprendimento è connesso con la motivazione, è fondamentale la continua stimolazione nel bambino delle proprie capacità e l’individuazione di obiettivi funzionali, perché soltanto in tal modo si potrà realizzare un apprendimento efficace.[2]

Nel bambino con difficoltà di apprendimento scolastico è  perciò  indispensabile curare entrambi i livelli di competenza per far sì che possa sviluppare a pieno le proprie potenzialità.

L’attività narrativa oltre a stimolare all’importanza dell’ascoltare al di là del consueto (andare oltre) e di mettersi in gioco nella società, potrebbe essere argomento interessante per stimolare un ambiente scolastico, ma anche universitario più idoneo. Si può concretamente trovare beneficio applicando la metodologia narrativa e di ascolto alla condizione personale di ogni studente (dislessico o no), perché essendo una metodologia trasversale può essere applicata ad ogni condizione sociale, ma non solo, dovrebbe (e so bene che purtroppo sfioriamo l’utopia) essere un metodo di approccio consueto e quotidiano che può sviluppare una relazione straordinaria con l’altro.

Ristrutturare significa dare una nuova struttura alla nostra visione del mondo concettuale e/o emozionale cosi da metterci nelle condizioni di leggere i “fatti” in modo nuovo da un’altra angolatura, con un significato mutato[3]. La ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che ad essi diamo, è il cambiamento di cornice all’interno della quale una persona percepisce gli eventi con l’obiettivo di cambiare il significato, perché mutando il significato si cambiano i comportamenti.[4]

Un libro scritto da un dislessico è, per certi versi, un piccolo paradosso, quasi come la mostra fotografica di un cieco o l’esibizione musicale di un sordo. Eventi che quando si manifestano suscitano un tale stupore da emozionare lo spettatore a tal punto da coinvolgerlo sotto ogni aspetto emotivo. Attività, per così dire, innaturali. Come a chiedersi perché chi ha difficoltà in un certo ambito dovrebbe cimentarsi proprio nella sua “difficoltà”? Sotto c’è certamente il gusto della sfida, la voglia di misurarsi, ma anche la convinzione e la soddisfazione, di poter dire “posso farlo”. Di conseguenza la produzione autobiografica, sia di un soggetto dislessico, di un disabile motorio, di un carcerato, piuttosto che di una “vittima di guerra” o di un soggetto con autismo, cosi come di un Mario o Ernesto qualunque, sono pure e semplici narrazioni di sé, per il puro e semplice mettersi in gioco e in relazione con l’altro, che deve poter essere predisposto all’ascolto ma, anche con il proprio sé. “È una brutta sensazione, una sensazione triste. Devi apprendere qualunque cosa sia necessaria per migliorare le tue abilità. Poi, una volta che hai raggiunto e superato l’ostacolo, insegna a tua volta e aiuta la persona che ti è vicina, poiché questo è tutto ciò che basta.” (Magic Johnson, giocatore di basket)

Educare, è saper tirare fuori. Tirare fuori qualità, coraggio, saperi, attitudini, abilità e quant’altro si può pretendere da una persona predisposta all’educazione. Se l’educatore ponesse non sé stesso al centro della situazione in analisi, ma il soggetto/utente da “educare”, qualunque esso sia, e si basasse su ciò che viene messo alla luce dall’educando si avrebbero, sin dall’inizio molte delle risposte… Tutti siamo predisposti a comunicare, tutti ne abbiamo bisogno e ne ricaviamo beneficio.  Narrare le proprie vicissitudini sotto forma di parlato, scritto, recitato o qualsivoglia altra forma artistica è pur sempre un modo di comunicare. Il difficile è saper ascoltare con attenzione.

A tal proposito vorrei riportare una riflessione della dottoressa Giuliani che nel suo libro “L’acqua come mediatore in educazione e terapia” associa l’educatore ad un acrobata. “ Essere educatori è un pò come fare l’acrobata, camminiamo su di una fune spessa pochi centimetri, lo sguardo è fisso sull’obbiettivo, che ostinatamente perseguiamo, ma è attento all’andatura; la fune ondeggia, si tende, sbilancia. Solo l’equilibrio permette di raggiungere la piattaforma sicura, tra fermezza, coinvolgimento e distacco, fiducia e autonomia. E non ci sono reti di protezione. Ad ogni movimento possiamo cadere se non si è abbastanza rapidi a correggere lo sbilanciamento che determina l’instabilità. Confrontarsi su tutto questo tenendo solo i libri ben stretti tra le braccia non basta! Il cambiamento, che è assolutamente necessario è possibile solo se si accettano i propri limiti e non inseguendo e imitando la perfezione. È necessario mettersi in gioco, tentare, avere strumenti adatti, trovare appunto l’equilibrio perché  non si è mai stabili in tutte le situazioni e mai  troppo a lungo”.[5]

[1]Wolf M. “Proust e il  calamaro”, Vita e pensiero, Milano, 2009, pagine 212- 215.

[2]Stella G..” In classe con un allievo  con disturbi dell’apprendimento”,   Fabbri editori, Milano, 2001.

[3]Leahy.R.L. Tirch. D. Napolitano L.A. “ La regolazione delle emozioni in psicoterapia”. CLIIPSI 2013

[4]Piccione V.A “Mappe educative e formative 1. I nuovi setting pedagogici”Aemme 2008

[5]Giuliani V.  “L’acqua come mediatore in educazione e terapia  2010”

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