DIGITAL DIVIDE IN TEMPO DI DAD

L’accesso ad Internet è uno degli strumenti più importanti di questo secolo per aumentare la trasparenza, per accedere alle informazioni e per facilitare la partecipazione attiva dei cittadini nella costruzione delle società democratiche.

Il concetto di competenze tecnologiche è non più solo orientato agli aspetti tecnici e strumentali dell’uso delle tecnologie, ma anche ai linguaggi, agli alfabeti, allo sviluppo del senso critico e della responsabilità e alla riflessione intorno alle pratiche mediali.

Il problema negli ultimi anni è stato oggetto di particolare attenzione da parte di organismi internazionali come l’ONU, l’UNESCO e l’OCSE,  dal momento che coinvolge il diritto per tutti di avere accesso all’ informazione e dunque di accedere ad esperienze culturali e formative. Il divario digitale  produce oggi sempre più divario sociale e ha forti ripercussioni sul benessere delle persone, anche quello economico; quando si analizza tale fenomeno  è necessario evidenziare una dimensione cognitiva che presuppone l’assenza di conoscenze informatiche minime da parte di un individuo, il quale non è in grado di svolgere le più semplici attività virtuali,  e una dimensione infrastrutturale che focalizza l’esistenza di carenze nella disponibilità di dotazioni infrastrutturali e di strumenti telematici necessari a consentire un’efficace navigazione.

In considerazione delle rilevanti implicazioni del divario digitale, una parte della più recente giurisprudenza di merito ha riconosciuto l’esistenza di un vero e proprio “danno da digital divide”, provocato dalla violazione del diritto di accesso che impedisce all’individuo il regolare esercizio  dei propri diritti online, configurando una peculiare tipologia di pregiudizio qualificabile come danno alla persona sottoforma di perdita di chances di inclusione.

Il digital divide (o divario digitale) è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle ICT  e chi ne è escluso in modo parziale o totale. I motivi di esclusione comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici e provenienza geografica. Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse digitali o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione, disparità quindi nel possesso della competenza digitale.

La scuola usa la tecnologia per andare avanti, anche per via della seconda ondata della pandemia, ma più di 4 italiani su 10 mettono in evidenza i rischi di isolamento dalla vita sociale o di abbandono scolastico dei minori per via della didattica a distanza.

L’ultimo anno scolastico è stato segnato da un ricorso massivo alla DAD, che ha rappresentato una grande occasione di innovazione didattica, dove hanno imparato moltissimo in primo luogo i docenti, con i ragazzi e i genitori; ma ha anche fatto riscontrare che  le sofferenze e i sacrifici sono stati ben maggiori laddove le condizioni erano più povere.

Il Ministero dell’Istruzione, in seguito al monitoraggio dello scorso primo settembre, ha calcolato che sono esattamente 283.461 i pc e i tablet necessari per colmare il gap tecnologico di alcuni studenti ed ha individuato 336.252 alunni non raggiunti da alcun tipo di connessione. Per questo è intervenuto fornendo i device e si è anche creata un’alleanza territoriale tra Scuola, Terzo Settore e enti locali per arrivare a raggiungere tutti gli studenti.

Il governo ha firmato il decreto Ristori che contiene una dote economica per appianare il deficit di dotazione informatica degli studenti, un tesoretto da 85 milioni stanziato per il Fondo per l’innovazione digitale e la didattica laboratoriale del ministero dell’Istruzione. La sensazione, però, è che le risorse non saranno sufficienti. Dal provvedimento è inoltre escluso il personale scolastico, penalizzando i supplenti che non hanno diritto ai 500 euro della carta del docente e insegnanti che, soprattutto al Sud, già durante il primo lockdown avevano avuto problemi di connessione.

La presenza del divario ha reso manifesta nelle nostre scuole la considerazione ancora diffusa delle tecnologie digitali come strumento, attrezzature e infrastrutture di rete che non sono realmente integrate nelle pratiche didattico-educative degli insegnanti. Oltre  ai fondi  che sono stati stanziati, oltre agli interventi e alle soluzioni adottate, non si deve e non si può prescindere da una comprensione ampia e multilivello, da un approccio culturale che interessa direttamente le questioni delle pari opportunità e dell’equità digitale.

Siamo davanti a un fenomeno complesso, e purtroppo spesso non si è riusciti a raggiungere tutti i bambini e ragazzi. Il tempo di un bambino non è il tempo di un adulto, il tempo evolutivo della crescita di un bambino non è comparabile con quello di una persona adulta. Se si perde quel tempo è molto difficile recuperarlo.

Prima dell’emergenza il 5,3% delle famiglie con un figlio dichiarava di non potersi permettere l’acquisto di un computere e appena il 6,1% dei ragazzi tra 6-17 anni viveva in una casa con disponibilità di almeno un pc per ogni membro della famiglia.  Anche quando le famiglie dispongono degli strumenti digitali e della connessione non sempre hanno un numero di device sufficiente per tutti i membri della famiglia, come avviene per i bambini e i ragazzi che vivono in case sovraffollate.

Per quanto riguarda la dotazione tecnologica, il 12.3% dei minori dai 6 ai 17 anni non possiede un tablet o un computer e numerose famiglie (più di una su dieci) hanno avuto a disposizione come unico dispositivo per la didattica a distanza lo smartphone.

Tale situazione non è omogenea sul territorio:  al Nord questa percentuale si attesta al 7.5% e al Centro al 10.9%, mentre il Meridione vanta il triste primato del 19%. Questo divario si ritrova anche nella disponibilità di connessione a banda larga, che per la fruizione della didattica a distanza appare indispensabile: se il 77.9% dei minori nella fascia 6-17 anni vive in famiglie che dispongono di banda larga, tale percentuale si riduce al 73.1% al Sud e al 64.6% nelle Isole.

Per tutti questi motivi, l’esperienza della pandemia è stata ed è spesso tuttora vissuta in modo molto diverso sul territorio nazionale. L’utilizzo della didattica a distanza ha assunto modalità variabili fra e nei territori. Ci sono scuole, soprattutto istituti secondari di II grado, che hanno avviato forme di didattica a distanza molto avanzate fin dall’inizio dell’emergenza, altre che solo con il passare delle settimane hanno cominciato a coinvolgere gli studenti in una qualche attività di didattica a distanza e altre ancora che lo hanno fatto in modo occasionale e in assenza di una programmazione specifica.

Il digital divide si manifesta anche nel ritardo nella diffusione della banda larga: il 25,3% delle famiglie italiane non ha questa disponibilità e questo comporta che uno studente su quattro fatichi a gestire i massicci flussi di dati che servono per dei collegamenti audio/video con più partecipanti.

Solo il 76,1% delle famiglie italiane dispone di un accesso internet e appena il 74,7% ha una connessione a banda larga ma la situazione peggiora notevolmente nelle campagne, con appena il 68% dei cittadini che dispone di connessione a banda larga nei comuni con meno di duemila abitanti. Inoltre, da un ricerca condotta nel 2019 da Coldiretti emerge che  quasi 1 famiglia su 3  che vive nelle aree rurali non dispone di una connessione a banda larga con difficoltà quindi di accesso alle lezioni on line con i propri insegnanti.

Un’ulteriore problematica relativa al periodo di emergenza dovuto a pandemia riguarda gli alunni con bisogni educativi speciali o disturbi specifici dell’apprendimento, per i quali la  gestione dello scaglionamento e della turnazione del gruppo classe con l’alternanza di didattica in presenza e a distanza avrebbe richiesto un’attenzione particolare in relazione al recupero della motivazione all’apprendimento e della dimensione socio-relazionale.

Per l’inizio del nuovo anno scolastico a Settembre si profila una situazione molto differenziata che va ad incidere su divari di apprendimento già noti e presumibilmente ampliati a seguito della sospensione della didattica in presenza per le scuole di ogni ordine e grado durante la prima ondata pandemica.  I rischi  più alti si correranno per  le transizioni tra primo e secondo ciclo, in cui si evidenziano i learning loss accumulati nel corso degli anni relativi alla mancata o parziale acquisizione delle competenze di base e si innescano i fenomeni di abbandono, oltre a amplificarsi quelli di dispersione implicita.

Le statistiche rilevate da dati Istat indicano che oltre il 70% delle famiglie avrebbe desiderato un accesso più semplice alla didattica a distanza e un aiuto più consistente da parte degli insegnanti nello studio, mentre quasi la metà delle famiglie con maggiori fragilità avrebbe voluto le scuole aperte tutto il giorno con attività extrascolastiche e supporto alle famiglie in difficoltà. Sei genitori su dieci ritengono inoltre che i propri figli avranno bisogno di sostegno didattico quando torneranno a scuola a causa della perdita di apprendimento degli ultimi mesi.

Le dimensioni sulle quali è sostanzialmente mancata l’attenzione riguardano il recupero relazionale e l’inclusione sociale come fattori chiave dell’apprendimento, il recupero degli apprendimenti scolastici con particolare riferimento alle competenze di base, il riallineamento degli apprendimenti scolastici, con l’obiettivo di ridurre i divari presenti fra gli studenti più svantaggiati, che presumibilmente si sono allargati in questa fase di emergenza.

La Didattica a Distanza continuerà certamente a integrare la didattica in presenza anche quando l’emergenza sarà passata e può essere usata per imparare ad usare la rete in maniera critica o per imparare in maniera partecipata diventando un elemento importante dell’offerta educativa, non solo come risposta emergenziale a una crisi, ma come elemento permanente che integri la didattica classica. Per far sì che questo accada però, è prioritario continuare ad investire nella riduzione del divario digitale, che potrebbe comportare, se non affrontato, una pericolosa esclusione di un’ampia fascia di ragazzi dal pieno esercizio del diritto all’istruzione.

L’articolo è stato scritto da Gianluca Boccia tirocinante presso il Centro Dhrama e studente dell’università di Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione. L’articolo è statato scritto sotto la supervisione della Dott.ssa Mabel Giulia la Porta, Pedagogista.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: