I capricci non esistono!

di Vincenzo Montalbano e Michela Di Palma, Educatori Professionali

Vi starete chiedendo come sia possibile affermare che i capricci non esistano se quasi la maggior parte dei bambini e delle bambine, anche i più educati, almeno una volta nella loro vita ne hanno fatto uno. Infatti è tipico dell’infanzia avanzare una richiesta, talvolta improvvisa o bizzarra, seguita da un comportamento ostile e dal tentativo di sopraffare il genitore con proteste, anche esagerate, per raggiungere lo scopo prefissato. Non stiamo, quindi, negando l’esistenza di questi momenti, che anzi abbondano nella relazione genitore-figlio, ma vogliamo munirvi degli strumenti per interpretarli correttamente, attenuando le cause e le conseguenze che ne derivano.

In linea generale è bene comprendere come il capriccio, in qualunque momento si manifesti, non è un fenomeno che riguarda solo il bambino; come riteneva Franco Panizon, fondatore dell’Associazione Culturale Pediatri e della rivista Medico e Bambino, “si tratta di un fenomeno relazionale: significa che per strutturarsi e avvenire è necessaria la compresenza di un bambino e di un adulto di riferimento, che può essere un genitore o un’altra persona molto vicina”1. I capricci nascono dalla relazione con l’altro-significativo e possono essere considerati eventi normali che segnano lo sviluppo e la crescita del bambino.

L’oggetto del desiderio deve essere soddisfatto da qualcuno che ne ha il potere e spesso involontariamente il genitore, con le proprie azioni, è la fonte d’origine e di soddisfacimento di tale comportamento del bambino. Possiamo quindi definirlo come un fenomeno relazionale che coinvolge in egual misura grandi e piccini. Senza una figura contro la quale riversare la propria richiesta, il capriccio non ha ragione di manifestarsi.

Secondo Maria Montessori, “il capriccio è l’espressione di un desiderio del bambino che l’adulto non riesce a comprendere, questa incomprensione è dovuta al fatto che il piccolo non ha le necessarie capacità comunicative per esprimere in modo chiaro i suoi desideri, limitandosi all’utilizzo di poche parole che lasciano solo intendere senza far capire davvero”2. Questa situazione è tipica della fascia d’età che va da 0 a 6 anni, quando il bambino non è in grado di esprimersi a pieno, di distinguere il bene e il male, l’obbedienza dalla disobbedienza, e allo stesso tempo è impegnato nella costruzione del suo carattere. Fino ai 3 anni, solitamente, il bambino ubbidisce al suo istinto, non è padrone delle sue azioni, non è in grado di discernere e recepire le richieste altrui, quindi sarebbe inutile imporle causando ribellione da parte sua; deve essere lasciato libero di esplorare e sperimentare. Dopo i 3 anni, il piccolo conosce meglio il mondo che lo circonda, acquisisce la capacità di comprendere le richieste e il significato delle sue azioni, e di ubbidire. Nonostante questa capacità acquisita solo in parte, ciò non accadrà sempre; ubbidire, costituisce infatti il risultato finale di una formazione interiore. Pestalozzi, famoso educatore svizzero, è sempre stato animato da simpatia per i più piccoli ed è sempre stato pronto al perdono, “una cosa però era esclusa dal perdono, il comportamento capriccioso: il bambino che una volta ubbidiva e una volta no”3. A ben vedere però, questo atteggiamento può esser considerato normale, il bambino nella fascia d’età prescolare non è ancora totalmente padrone delle sue azioni, quindi già difficilmente riuscirà ad eseguire quanto da sé stesso richiesto, men che meno sarà in grado di ubbidire sempre alle richieste altrui.

Bisogna poi distinguere due differenti livelli d’interpretazione del capriccio: il piano esplicito e il piano implicito.

Con il primo si indica l’oggetto del desiderio, il motivo per la quale si fanno i capricci, come il voler mangiare un determinato cibo (o il non volerlo), o non voler compiere una particolare azione come lavarsi i denti. Ma questo livello è solo l’esternazione di un bisogno più profondo, a volte sconosciuto al genitore ma di cui è consapevole il bambino. Il livello implicito è, quindi, la reale motivazione del capriccio, il movente che sta alla base della richiesta esplicita e del comportamento del bambino. Nel piano relazionale implicito, quindi, il figlio comunica un bisogno che il genitore ha l’occasione di cogliere e, riacquistata la calma, può cercare di soddisfare. I più comuni bisogni sottesi con il capriccio sono: il bisogno di sentirsi amati; di sentirsi riconosciuti come individualità; di affermare il proprio potere e la propria forza; di percepire il potere degli altri (il bisogno di sentirsi dire “no”). Se il genitore riesce a capire quale bisogno si cela nel livello implicito, ha l’opportunità di poter rassicurare e soddisfare il proprio figlio senza necessariamente cedere al capriccio del momento.

In molti casi si è soliti osservare bambini che amano ripetere delle azioni, oppure prendere contatto con oggetti e luoghi proibiti, tutto questo può essere interpretato come disobbedienza dagli adulti: non è così. In realtà la mente del bambino, come dice Maria Montessori, è “affamata” ed è compito degli educatori nutrirla di amore, comprensione, vicinanza, affetto, evitando bruschi scossoni e rimproveri. Il bambino ama ripetere le azioni per prendere confidenza con l’oggetto, per conoscerlo fino in fondo in autonomia, sia perché molto spesso non è in grado di comunicare, sia perché l’istinto di autonomia è tipico della sua persona che man mano si sta formando. In queste occasioni è importante che l’adulto di riferimento descriva l’oggetto, con attenzione, e piuttosto che rimproverarlo, approfitti di questa sua abilità per insegnare al piccolo nuove attività funzionali, se anche non può esprimersi, lui capirà: “più un esercizio era insegnato con esattezza di particolari nell’esecuzione e più sembrava diventare stimolo a una ripetizione inesauribile4. In generale quindi possiamo dire che tutto ciò che intendiamo come capriccio in realtà può essere interpretato come un qualche aspetto del carattere che si sta facendo strada e che cerca di farsi conoscere con i mezzi a disposizione; l’adulto deve solo cercare di essere calmo, con passione e comprensione analizzare la richiesta e il più delle volte lasciarlo libero di agire in autonomia intervenendo solo per dare spiegazioni e dimostrazioni, in un mondo che deve contemplare e prevedere la presenza del bambino non come ostacolo bensì come presenza attiva e propositiva nell’ambiente.

Se il vostro bambino urla e fa i capricci perché, per esempio, vuole mangiare un dolcetto, non bisogna cedere alla frustrazione e alla rabbia, evitando ogni tipo di reazione emotiva forte, e nemmeno accontentarlo sempre, ma ristabilita la serenità, dirgli che “gli si vuole bene comunque” se riteniamo che dietro la richiesta “voglio il dolcino” ci stia implicitamente comunicando che vuole una prova del nostro affetto nei suoi riguardi, comprandogli qualcosa che ritiene avere un grande valore.

1-https://www.antrodichirone.com/index.php/it/2016/02/08/ma-cosa-sono-davvero-i-famosi-e-tanto-temuti-capricci/

2-https://tuttomontessori.com/capricci-e-crisi-dei-bambini-come-gestirli-col-metodo-montessori/

3-M. Montessori, La mente del bambino, Corriere della Sera, 2018

4-M. Montessori, Il segreto dell’infanzia, Corriere della Sera, 2018

Vincenzo Montalbano e Michela Di Palma sono tirocinanti dell’università di Roma Tre (facoltà di Scenze della Formazione) Stanno svolgendo uno tirocinio in educatore professionale e questo articolo è parte del loro lavoro di formazione. Dott.ssa Mabel G. la Porta Pedagogista

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