Il legame di attaccamento del bambino

La famiglia è la principale agenzia di socializzazione primaria ed è il contesto che influenza maggiormente la prole, dalla nascita ai tre anni il bambino acquisisce i più importanti schemi motori attraverso l’esplorazione spontanea ed esprime attraverso il corpo il suo mondo affettivo-emotivo.

Il bambino per crescere come persona autonoma e acquisire sicurezza ha bisogno di vedere soddisfatti due bisogni: sentirsi amato, protetto dai genitori e sentirsi incoraggiato a differenziarsi come persona autonoma.

Il bambino abbandonato presenta un ritardo nello sviluppo psico-fisico. Fin dalla nascita si necessita delle cure individuali e personalizzate e se ogni bisogno fisiologico (fame, sete, ecc.) e affettivo (contatto fisico, visivo, coccole, ecc.) è prontamente soddisfatto, il bambino sperimenta dapprima la continuità nella soddisfazione dei suoi bisogni e poi l’affidabilità nei confronti delle figure adulte che si occupano di lui: questa naturale interazione bambino-adulto è alla base della costruzione del legame di attaccamento.

La mancanza di un genitore (anche solo emozionale e non necessariamente fisica) nello sviluppo di un bambino (dovuto a svariate motivazioni, come morte prematura, separazione, assenza di costruzione della relazione parentale, genitori tossicodipendenti e/o alcolisti) se non viene compensata con un’adeguata figura di riferimento sostitutiva, può essere causa di grande sofferenza. Infatti, il bambino/adolescente in questo caso potrebbe sentirsi terribilmente solo, quasi perso, al punto tale di avere un’esigenza spasmodica di cercare altrove modelli e rischiare di non trovarli necessariamente in persone o ambienti sani.

A livello affettivo, per la carenza subita, si potrebbero sviluppare dei comportamenti nevrotici o disadattativi. Il risultato può essere quello di un adulto problematico, in quanto segnato da uno sviluppo emotivo difficile. Gli adulti, infatti, mettono spesso in atto inconsciamente comportamenti sviluppati nell’età infantile. Un bambino cresciuto da solo, abituato a rendere conto solo a se stesso, potrebbe non avere gli strumenti da adulto, per prendersi cura di un’altra persona, proteggerla e quindi assumere un ruolo genitoriale, in quanto egli stesso non conosce poiché non sperimentato in qualità di figlio.

Nonostante le difficoltà caratteriali e di relazione che si possono incontrare in un genitore, avere un rapporto, seppur non facile e lineare, può essere meno destabilizzante rispetto alla sua totale assenza anche se una genitorialità disturbata, può essere correlata all’insorgere di disturbi a livello psicologico, somatico e comportamentale nei figli, infatti la struttura emotiva di un individuo si forma nella relazione primaria fondante, quella con i genitori.

Lo squilibrio, le carenze o anche solo la disarmonia nel nucleo familiare sono dunque destinate, secondo l’opinione di molti studiosi, a minare in modo più o meno grave la vita futura di un bambino.

Sono fondamentali, per una sana crescita psicofisica, dei modelli genitoriali di riferimento.

Nella teoria di Melanie Klein lo sviluppo affronta l’importanza delle relazioni oggettuali, in cui non esiste solo l’altro, ma anche la rappresentazione interna dell’altro. Quando ci relazioniamo con una persona importante, ci rapportiamo con la nostra rappresentazione interna di questa persona che si è costituita nel corso dello sviluppo. Quindi non ha importanza solo la realtà oggettiva, ma anche quella soggettiva. Ogni bambino, quindi, ha una sua rappresentazione interna dei propri genitori.

Gli studi di Winnicot si basano sull’importanza delle relazioni madre-bambino. La “madre sufficientemente buona” è colei che è in grado di riconoscere e contenere le emozioni del bambino e che sia in grado di insegnargli l’empatia. L’empatia è la capacità di sintonizzazione affettiva con l’altro, ci permette di capire che gli altri hanno degli stadi mentali e che sono diversi dai nostri.

Bowlby è stato il primo a proporre l’attaccamento come concetto cardine, per spiegare il comportamento dei bambini. Secondo l’autore, il bambino appena nato, è tendenzialmente portato a sviluppare un forte legame di attaccamento con la madre, o con chi si prende cura di lui (figura anche definita con il termine inglese di caregiver).

Secondo Bowlby, l’attaccamento avviene in 5 fasi:

  1. 0-3 mesi, pre-attaccamento: il bambino, pur riconoscendo la figura umana non riconosce specificamente le persone;
  2. 3-6 mesi, attaccamento in formazione: inizia la formazione di un legame, il bambino discrimina le figure e ne riconosce una in particolare;
  3. 7-8 mesi, angoscia: non avendo ancora sviluppato il concetto di “permanenza dell’oggetto”, la lontananza dalla figura allevante provoca angoscia nel bambino perché ha paura che il “caregiver” non ritorni;
  4. 8-24 mesi, fase di attaccamento vero e proprio;
  5. dai 3 anni in poi, formazione di legami: la figura allevante viene riconosciuta dal bambino.

In base alle risposte che i genitori daranno al bambino, si produrranno in seguito diverse tipologie di legame.

La Strange Situation è una situazione sperimentale per determinare il tipo di attaccamento tra caregiver e figlio elaborata da Bowlby e Mary Ainsworth: in una stanza apposita vengono fatti entrare un genitore con il figlio dove sono presenti dei giocattoli; entra un estraneo che siede prima in silenzio, poi parla con il genitore e successivamente coinvolge il piccolo in qualche gioco; il genitore esce lasciando il bambino con l’estraneo; successivamente rientra il genitore nella stanza ed esce lo sconosciuto; il genitore poi lascia di nuovo il bambino, questa volta da solo; entra l’estraneo e, se necessario, cerca di consolare il bambino; il genitore rientra nella stanza.

La sequenza osservativa della Strange Situation, permette di definire quattro tipologie di attaccamento che legano il caregiver al bambino:

  • stile “sicuro”: quando il caregiver esce e rimane con lo sconosciuto il bambino è visibilmente turbato. Al ritorno del caregiver si tranquillizza e si lascia consolare.
  • stile “insicuro – evitante”: il bambino esplora l’ambiente ignorando il caregiver, è indifferente alla sua uscita e non si lascia avvicinare al suo ritorno.
  • stile “insicuro – ambivalente: il bambino ha comportamenti contraddittori nei confronti del caregiver, a tratti la ignora, a tratti cerca il contatto. Quando il caregiver se ne va e poi ritorna risulta inconsolabile.
  • stile “disorganizzato”: il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso/stupefatto quando il caregiver si allontana.

Fra i disturbi d’ansia, infatti, vi è anche quello da separazione, i bambini manifestano una reazione comportamentale, inadeguata ed eccessiva alla separazione o all’allontanamento da casa di coloro che amano. La normale ansia da separazione nel bambino fa parte del suo sviluppo, in alcuni casi questa normale ansia però non scompare, ma persiste, condizionando lo sviluppo e le modalità comportamentali. Il quadro clinico è caratterizzato da ansia di separazione con paura, panico, incubi ripetuti, sintomi somatici (nausea, mal di testa, ecc,) prima durante e dopo la separazione. I bambini lontani dai genitori provano un senso di disagio, inventano scuse per poter tornare a casa, sono assorbiti da fantasie riguardanti il timore di incidenti o malattie che possono colpire tali figure o loro stessi. Sono bambini costantemente assaliti da ansie relative al pericolo di smarrirsi e di non trovare più i genitori. È elevata la comorbidità con disturbi d’ansia e patologie depressive.

Le teorie psicoanalitiche fin qui riassunte, vogliono essere uno stmolo riflessivo e di contaminazione per permettere ad educatori prpfessionali, di andare incontro al loro lavoro con la strumentazione di bordo necessaria.

La visione poliedrica garantisce all’educatore la giusta apertura mentale per guardare il suo lavoro da più vertici.



Ludovica Viola

Ttirocinate presso l’Universita di scienze della Formazione Università di Roma tre, futura educatrice.

“L’articolo è stato scritto sotto la supervisione della psicoterapeuta Gigliola Tichetti”



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